Intesa a 3 ‘contro’ la Colangite biliare primitiva.

Una nuova terapia è stata messa a punto dai ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, del Centro per le malattie autoimmuni del fegato del San Gerardo di Monza e dell’Università di Cambridge.

Età del paziente; livello di alcuni parametri del sangue; intervallo di tempo tra diagnosi e inizio del trattamento terapeutico: sono questi alcuni dei fattori – o meglio, idicatori – in grado d’indirizzare verso la terapia più efficace quanti sono colpiti da Colangite biliare primitiva (Cbp).

Ad evidenziarlo è il nuovo studio, a dimensione internazionale, realizzato dai ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, del Centro per le malattie autoimmuni del fegato dell’Ospedale San Gerardo di Monza in associazione all’Università di Cambridge.

Lo studio, da poco pubblicato sulle pagine della prestigiosa rivista Lancet Gastroenterology & Hepatology – ha preso in esame oltre 3.000 pazienti, affetti da Cbp, provenienti da numerosi ospedali italiani e britannici.

LO STUDIO

Il modello, messo a punto dai ricercatori lombardi e di Cambridge, si basa sulla somministrazione dell’acido ursodesossicolico (Udca) – come terapia fondamentale nel trattamento della patologia – e permette di prevedere, prima della somministrazione, quale sarà la risposta del paziente (all’Udca, va ricordato, non rispondono però tutti i soggetti con Cbp).

Secondo i parametri enucleati da ricercatori, un’età più giovane (30-40) rispetto alla media dei pazienti (50-70); la maggiore attività della malattia – rilevabile dall’alto livello di fosfatasi alcalina, transaminasi e bilirubina negli esami del sangue – unitamente a un tempo d’attesa più lungo, oltre un anno, tra l’atto della diagnosi e l’assunzione dell’Udca, starebbero ad indicare nei pazienti con Colangite biliare primitiva una più bassa percentuale di successo dopo somministrazione dell’acido ursodesossicolico.

I COMMENTI

“La risposta all’Udca – chiarisce Marco Carbone, dirigente medico di Gastroenterologia dell’Ospedale monzese e primo autore del lavoro – rappresenta un target di trattamento critico nei pazienti con Colangite biliare primitiva in quanto predittore di sopravvivenza a lungo termine”.

“Le indicazione emerse – fa eco Pietro Invernizzi, direttore dell’Unità Complessa di Gastroenterologia e del Centro per le malattie autoimmuni del fegato del San Gerardo, nonché docente di Gastroenterologia all’Università di Milano-Bicocca – potrebbero essere d’aiuto nell’indirizzare la decisione inerente l’utilizzo di farmaci di seconda linea precocemente nel corso della malattia in persone che hanno poche possibilità di rispondere all’Udca. E in questo modo migliorare la sopravvivenza di quelli ad alto rischio”. (ciò grazie ad un trattamento capace di unire terapia di prima e seconda linea fin dai primissimi tempi post-diagnosi).

“Lo studio – commenta infine Davide Salvioni, presidente Amaf (Associazione italiana dei pazienti affetti da malattie autoimmuni del fegato) – apre la strada ad una migliore gestione terapeutica della Cbp. Ancora una volta siamo orgogliosi del fatto che il risultato sia stato raggiunto con il contributo della nostra comunità epatologica”.

 

(Fonte: Il Cittadino – Quotidiano online di Monza e Brianza)

 

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