Si chiama rigetto. È la condizione che si verifica quando, al momento dell’avvenuto trapianto, il sistema immunitario del ricevente riconosce come estraneo l’organo o il tessuto trapiantato. Una condizione che genera un danno all’organo stesso che, di conseguenza, deve essere rimosso.

Questa eventualità si genera quando non c’è compatibilità tra donatore e ricevente, motivo per cui, per prevenirla, è importante che entrambi i soggetti coinvolti nel procedimento si sottopongano a un’indagine genetica chiamata tipizzazione. Con questo tipo di esame vengono individuati gli antigeni dell’Mhc, il complesso maggiore di istocompatibilità, che si trovano sulle cellule dell’organo o del tessuto che si deve trapiantare: più si manifesta similitudine tra gli antigeni di donatore e ricevente, meno si corre il rischio di rigetto.

Tre sono le tipologie conosciute: iperacuto, che si manifesta da qualche minuto a qualche ora dal trapianto; acuto, da qualche giorno a qualche anno; cronico, che si manifesta a distanza di mesi o anni dall’intervento. Quest’ultimo è sicuramente il più difficile da gestire, in quanto richiede una terapia a base di farmaci immunosoppressori che, spesso, generano effetti collaterali gravi e non sufficienti a evitare il rigetto a lungo termine.

Ecco perché opportuno considerare il ruolo della cosiddetta memoria immunologica, quel sistema che permette all’organismo di “ricordare”, appunto, un precedente contatto con un antigene e di reagire a un secondo contatto con maggiore intensità. Uno studio condotto dai ricercatori della University of Pittsburgh School of Medicine e dello Houston Methodist Hospital, ha provato a fare luce proprio su questo.

Oggetto dell’indagine sono stati dei murini geneticamente modificati, privi di cellule incaricate della memoria come i linfociti B, T e NK, che a loro volta sono stati immunizzati con cellule isolate dalla milza (splenociti) irradiati allogenici. Su questi topolini è stato effettuato un trapianto allogenico di midollo osseo analizzando la risposta provocata da monociti e macrofagi: dall’analisi è emerso che i topolini immunizzati e trapiantati con tessuto proveniente dallo stesso topo da cui erano stati prelevati gli slenociti, mostravano una risposta immunitaria maggiore. Minore era invece la risposta di quelli non immunizzati e trapiantati con tessuti provenienti da topi diversi.

I ricercatori hanno attribuito questa differenza alla memoria immunologica sviluppatasi dopo l’immunizzazione: un risultato che potrebbe portare non solo a sviluppare nuovi farmaci per sopprimere la memoria stessa, ma anche a comprendere meglio patologie come cancro o malattie autoimmuni.