Un’infiammazione cronica del fegato che sopraggiunge a seguito di alcune anomalie del sistema immunitario. Si tratta dell’epatite autoimmune, una forma che può essere generata da molteplici fattori, primo tra tutti la predisposizione genetica.

Si conosce quella di tipo 1 e tipo 2: la prima può comparire a qualsiasi età, spesso collegata ad altre patologie in corso come la colite ulcerosa, la tiroidite o l’artrite reumatoide. La seconda, invece, pur essendo sempre correlata ad altre forme cliniche, è più frequente in giovane età. Può essere considerata una malattia rara, visto che la media di persone che ne vengono colpite è di una su 10mila: in particolare sembrano essere le donne le più interessate.

La sintomatologia può variare: si passa dal dolore addominale al senso di spossatezza, fino all’ingrossamento del fegato, vomito, nausea e, proprio per quanto riguarda le donne, mancanza di ciclo mestruale. Può capitare che alcuni pazienti presentino l’ittero, cioè la tendenza al colorito giallastro sulla cute e negli occhi a seguito dell’aumento del livello di bilirubina nel sangue.

Trascurare i sintomi potrebbe significare andare incontro a complicazioni, prima tra tutte, per gravità, la cirrosi. Grazie agli esami del sangue è possibile verificare l’eventuale presenza di anticorpi, diversi da come apparirebbero in un soggetto sano. Altra procedura è quella della biopsia epatica, un esame che consiste nella raccolta e analisi di campioni di cellule epatiche: con questa metodologia è possibile non solo stabilire se si è di fronte a un’epatite autoimmune, ma anche di analizzarne cause e livello di gravità. La terapia che viene attuata è di tipo farmacologico.

Azatioprina, micofenolato, ciclosporina, e poi tacrolimus e prednisone sono alcuni immunosoppressori e corticosteroidi che vengono somministrati, in particolare l’ultimo che spesso può essere assunto a tempo indeterminato. Ipertensione, aumento di peso, nonché osteoporosi e cataratta, tanto per citarne qualcuno, sono gli effetti collaterali a cui si potrebbe andare incontro nel corso della terapia. Qualora la cura farmacologica non dovesse portare ai risultati sperati, l’altra strada da percorrere è quella del trapianto di fegato.

A livello di prevenzione, un po’ come altre patologie epatiche, anche in questo caso è importante partire da uno stile di vita sano e da un corretto bilanciamento degli alimenti, prediligendo frutta fresca e verdura, pesce e carni magre e qualche derivato del latte. Evitare, invece, salumi, caffè e cibi grassi. Tuttavia, anche l’alimentazione va misurata per ogni singolo soggetto, soprattutto perché l’epatite può essere associata ad altre malattie come: colite ulcerosa, tiroide di Hashimoto, artrite reumatoide, anemia perniciosa, anemia emolitica, celiachia.

LEGGI l’articolo sul rischio polmonite da Covid con l’epatite autoimmune