di Emiliano Magistri

Si chiama Amanita Phalloides ed è il fungo più velenoso presente in natura. Solo un trapianto di fegato ha permesso a una 57enne di Chivasso, in provincia di Torino, di salvarsi dopo averlo mangiato insieme ad altri funghi colti dal marito.

È successo nei giorni scorsi nell’ospedale le Molinette del capoluogo piemontese, dove l’intervento di super emergenza nazionale ha evitato il peggio. La donna era stata ricoverata nel suo paese di origine per poi venire subito inserita in lista d’attesa per il trapianto appena accertata la gravità della situazione. Il coordinamento regionale, diretto dal professor Amoroso, ha permesso di reperire l’organo necessario proveniente da un uomo deceduto in un’altra regione. Durato circa otto ore, l’intervento eseguito dal professor Romagnoli, direttore del centro trapianti, in collaborazione con il dottor Lupo, è tecnicamente riuscito e ora la paziente è ricoverata in terapia intensiva, ma in fase di recupero.

A Chivasso è invece ancora ricoverato anche il marito per un danno epatico, seppur lieve, a cui si è aggiunto un danno renale acuto.

La vicenda avvenuta a Torino riaccende inevitabilmente il tema degli avvelenamenti che, ogni anno, costringono i centri trapianti italiani a intervenire in emergenza sulle persone che incappano in questi, potenzialmente, fatali passi falsi. Un problema nemmeno troppo velato di leggerezza che potrebbe essere evitato facendo ispezionare i funghi ai vari centri micologici di ogni singolo comune.

Una piaga che, oltretutto, incide non poco sulla spesa del nostro Servizio sanitario nazionale, visto che come nel caso della donna di Chivasso, i pazienti di turno vengono trattati in regime di super emergenza quando invece, non mangiando funghi tossici, non riporterebbero alcun danno.

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