Sono trascorsi 3 anni dal primo trapianto a cuore fermo all’Ospedale Niguarda di Milano. Il primo in assoluto in Italia.

Dal 2015 ad oggi, altri 25 interventi – il 50% della casistica complessiva nazionale – hanno contribuito ad arricchire, positivamente, il volume dell’attività svolta dal Centro lombardo.

Numeri alla mano e volendo stilare un bilancio dell’esperienza triennale della struttura, Luciano De Carlis (nella foto), direttore della Chirurgia generale e dei trapianti, conferma che la donazione di organi a cuore fermo, alla luce del notevole impulso riscontrato, “se sviluppata con impegno ed attenzione può contribuire anche nel nostro Paese ad aumentare in modo significativo le possibilità di trapianto”.

La legislazione italiana, lo ricordiamo, prevede per l’accertamento della morte l’osservazione di un’assenza completa dell’attività cardiaca uguale a 20 minuti, mentre negli altri Paesi dell’Unione Europeo questo tempo oscilla tra i 5 ed i 10 minuti.

La soluzione, però, è stata individuata. Infatti, il donatore – trascorso il periodo necessario ad acclarare il decesso – viene collegato ad un macchinario (ECMO) per la circolazione extra-corporea. In questo modo si mantengono gli organi vitali e si ha lo spazio d’azione utile alle analisi cliniche indispensabili a determinare il loro status e valutarne l’idoneità al percorso trapiantologico.

In caso d’esito favorevole, si procede al prelievo collocando gli organi all’interno di ‘strumentazioni’ che li riperfondono tramite una soluzione ossigenata a bassa temperatura (6-7 gradi).

“I risultati – spiega De Carlis al cronista de Il Giornale.it – ci dicono che gli organi trapiantati, grazie a tali accorgimenti danno condizioni migliori sotto il profilo della ripresa funzionale”.

E gli specialisti esteri, valutati gli esiti, stanno via via ampliando l’utilizzo del trattamento di matrice tutta italiana.

 

(Fonte: ilgiornale.it – Milano)