A 12 mesi dal primo trapianto di fegato da donatore con infezione da HIV in ricevente sieropositivo, i riscontri sono buoni.

Sull’intervento, eseguito all’Ospedale Niguarda di Milano dal team diretto dal professor Luciano De Carlis (Direttore del Dipartimento chirurgico polispecialistico e docente in Chirurgia all’Università degli Studi Bicocca, nella foto) si è fatto il punto nel corso della decima edizione dell’Italian Conference in Aids and Antiviral Research (Icar) svoltasi alcune settimane fa nella Capitale.

“Il paziente sta bene e conduce una vita normale. L’intervento è stato possibile grazie alla deroga del Nord Italian Transplant e del Centro Nazionale Trapianti rispetto al regolamento per le certificazioni degli organi trapiantati che nel 2017 – racconta Massimo Puoti, componente della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) ai cronisti di Adnkronos Salute – non contemplava la possibilità di utilizzare organi di donatori con infezione da HIV”.

L’urgenza del trapianto era dettata dal fatto che il ricevente risultava affetto da una forma recidivante di cancro del fegato che complicava una cirrosi da virus B e Delta: da qui l’unica soluzione curativa praticata.

L’utilizzo degli antivirali e delle terapia immunosoppressive ha permesso il decorso regolare mediante controllo del rigetto, dell’infezione da HIV nonché una prevenzione dell’infezione da virus B e Delta del soggetto trapiantato.

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L’8 marzo scorso sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il protocollo che ha definitivamente introdotto la possibilità di trapiantare organi tra soggetti con infezione da HIV.

Qui sotto il link alla pagina corrispondente.

IL TESTO PUBBLICATO SULLA GAZZETTA UFFICIALE

 

(Fonte: Adnkronos Salute)