Comunicare. I nuovi mezzi di comunicazione sembrano dare nuovo valore al verbo, sempre più di moda negli ultimi decenni.

In verità – come insegnano nelle scuole di giornalismo – questa pratica è antica come il mondo.

Lo stesso Mosè fu il primo comunicatore della Storia con i Dieci Comandamenti. 

Sapere comunicare è considerata una pratica fondamentale; soprattutto in una delle professioni più importanti per il benessere e la salute dell’uomo, valori ai primi posti nella gerarchia dei bisogni. 

La comunicazione tra il medico e il paziente è, finalmente, tornata centrale nel rapporto tra i due mondi che popolano la sanità.

Oltre alla conoscenza scientifica, per il medico è importante instaurare, trasferire umanità e empatia che sono a beneficio non solo del paziente-persona ma dell’operatore sanitario e delle strutture: una delle frequenti cause di conflitto tra il paziente e la sanità scaturisce proprio dalla mancata corretta comunicazione tra le due figure.

Ma, si può imparare a comunicare?

La Medicina narrativa, metodo clinico basato su una specifica competenza comunicativa, trova sempre maggiori consensi sul suo utilizzo come strumento scientifico su cui fondare una nuova prospettiva di rapporto tra medico e paziente.

In questo nuovo orizzonte, la Scuola di Medicina dell’Università degli Studi di Bari potrebbe presto essere una tra le prime in Italia ad istituire un corso obbligatorio in “Medicina narrativa”.

Ad annunciarlo nell’Aula Magna della Facoltà il Presidente della Scuola, Loreto Gesualdo, in occasione dell’inaugurazione del corso Ade (Attività didattica Elettiva) dal titolo “Comunicazione medico-paziente” affidato al giornalista Franco Giuliano. 

«La conoscenza della ‘medicina basata sull’evidenza’ non può più prescindere da un rapporto di comunicazione col paziente che implichi valori quali l’ascolto e l’empatia. Due qualità fondamentali nella nuova offerta delle prestazioni sanitarie in una società che deve fare i conti con una tecnologia disumanizzata e sempre più distante dal paziente».

Per essere un bravo medico non basta la preparazione scientifica, occorre soprattutto una grande umanità per capire la malattia, la sofferenza e la morte. 

«Pensate per esempio – aggiunge Gesualdo che è altresì il Coordinatore Regionale Trapianti in Puglia – al delicato compito a cui sono chiamati i medici rianimatori nel momento in cui devono informare i familiari dell’avvenuto decesso del paziente e le parole che questi devono meglio utilizzare per comunicare la possibilità di donare gli organi, un atto che serve a ridare la vita ad altre persone. In quel momento viene messa in campo una capacità di relazione e una sensibilità che non si impara sui libri sacri della Scienza».

«Per questo – spiega Franco Giuliano, responsabile del corso – ci affideremo ai migliori esperti in tali campi per farci aiutare ad interpretare e imparare a capire la malattia e la sofferenza del paziente». 

La “Medicina narrativa” – pratica adottata ormai da anni in altri Paesi, specie Stati Uniti ed Europa – valorizza la storia del paziente che diventa quindi uno strumento fondamentale di conoscenza della malattia, essenziale a costruire un efficace progetto terapeutico.

Esercitare una medicina “narrative based” non significa limitarsi ad ascoltare la storia del malato, ma costruire insieme a lui una storia della sua malattia, attraverso la tecnica dell’ascolto. 

Se il progetto dovesse andare a buon fine ciò potrebbe rappresentare per il mondo della sanità uno strumento fondamentale nell’orientare i processi di cura all’esperienza che il paziente e la sua famiglia indicano al medico attraverso un rapporto più centrato sull’utilizzo della “Medical Humanities. 

A beneficiare di questa pratica non sarebbe soltanto il paziente, che nel rapporto con il suo medico diventa persona, ma l’intera sistema sanitario: il conflitto tra i due protagonisti della salute – medico e paziente – ha, infatti, una ricaduta pure in termini legali con costi considerevoli per la sanità pubblica e privata. 

Le Medical Humanities – strumento della medicina narrativa – possono aiutare a leggere ed interpretare i messaggi che l’Arte, il Cinema, la Letteratura, l’Archeologia, contengono.

Possono, per esempio, le lettere di Vincent Van Gogh (nella foto un suo dipinto) aiutarci oggi a capire, a distanza di oltre un secolo, il messaggio che forse gli psichiatri di allora non riuscirono a comprendere del grande pittore olandese? 

E ancora: può oggi uno scheletro di oltre duemila anni dell’Atleta di Taranto, custodito nel museo MarTa di Taranto, uno dei più importanti al mondo, rivelarci quali fossero i problemi di salute di quell’uomo che vinse diverse discipline nelle Olimpiadi di quel tempo?

“L’archeologia, il Teatro, il Cinema e l’Arte possono – commenta Giuliano – aiutarci nel migliorare e interpretare il nostro rapporto con gli altri, soprattutto quando gli ‘uni’ sono i medici e gli ‘altri’ sono i pazienti”.

 

(Epateam.org)