“Ci sono i nuovi farmaci, i fondi per le terapie, le strutture specializzate, i medici: mancano i malati”.

A dare voce alla denuncia, sottolineandone il paradosso, è Ivan Gardini (nella foto), presidente di EpaC Onlus, l’associazione dei pazienti con Epatite C e malattie del fegato.

È stato proprio lui, in occasione dell’International Liver Congress dell’Easl (Associazione europea per lo studio del fegato), svoltosi a Vienna, a puntare il dito contro il paradosso di cui è, a modo suo, involontario protagonista il nostro Paese.

“Possiamo stimare – dice – che tra tra soggetti noti e non vi siano 200-300mila pazienti ancora da trattare, ma il fatto è che molti non sono stati identificati. Risultato? Ne stiamo avviando alla cura il 40% in meno rispetto al 2018″.

Il problema di fondo è dunque correlato alla quota del sommerso.

Sulla base dell’ultimo aggiornamento reso disponibile dall’Agenzia italiana del farmaco, al 1° aprile 2019 erano 176.810 i pazienti con HCV trattati o in fase iniziale di terapia.

“I pazienti da trattare esistono – commenta Gardini – ma troppi non sono ancora stati identificati e avviati alle strutture specializzate. È un problema di volontà politica. Le persone con HCV vanno cercate, comunicare con la popolazione, favorire lo screening della malattia. Altrimenti resterà uno zoccolo duro di soggetti non presi in carico”.

Insomma, l’obiettivo dell’eradicazione del virus – fa intendere Gardini – rischia d’andare vanificato, pur in presenza dei nuovi, efficaci medicinali.

Il presidente di EpaC Onlus sposta quindi l’attenzione sul fondo per gli innovativi: nel 2018 sono avanzati 300 milioni di euro. Soldi che le Regioni hanno deciso di destinare ad altri scopi.

“Vanno stanziati fondi per la comunicazione e gli screening mirati. Anche perché ancora oggi un paziente su tre in fase d’accesso alle strutture risulta affetto da cirrosi o da altra patologia epatica in stadio avanzato. Se non curati in modo tempestivo questi pazienti andranno incontro a tumore e trapianto, con tutti i costi a corredo a carico del sistema sanitario nazionale”.

 

(Fonte: RIFday.it)