Il trapianto di fegato è un evento che coinvolge, inevitabilmente, oltre alla sfera più intima dell’individuo, tutta la comunità che ruota attorno ad esso.

La famiglia, gli affetti più cari, gli amici si trovano ‘a dover fare i conti’ con un mondo in cui la cura, cioè il trapianto, rappresenta solo un aspetto, certamente fondamentale per la buona guarigione del malato, di un percorso non facile da affrontare.

Si tratta di un percorso non immune da paure, risvolti psicologici, tensioni e che dall’istante della diagnosi clinica conduce, attraverso varie tappe, al momento in cui si torna a sperare in un’esistenza migliore, a fare progetti, a recuperare desideri e sogni.

A farsi promotori, in prima persona, della cultura del dono.

Tutto ciò avviene grazie al dono di un organo che possa essere trapiantato.

Le testimonianze dei pazienti trapiantati di fegato sono un vero e proprio atto d’amore verso la vita ‘riconquistata’.

Un atto di grande riconoscenza nei confronti di – i donatori, i medici, gli infermieri, il personale sanitario – hanno reso possibile uno  straordinario traguardo.

Epateam.org ha deciso di ‘aprire le porte’ ai vostri ricordi, alle vostre esperienze mettendo a disposizione uno spazio intitolato “LE STORIE”.

Qui saranno accolti i racconti da condividere assieme a noi.

Ogni storia – vogliamo dare spazio a tanti – non dovrà superare le 60 righe dattiloscritte (3.600 battute) e potrà essere corredata da alcune immagini (massimo 3).

Inviate le storie complete di nome, cognome, mail, recapito telefonico (i dati sensibili non saranno pubblicati nel rispetto della privacy).

I testi saranno presi in carico dalla Faculty di Epateam a cui spetta l’insindacabile giudizio ai fini della pubblicazione.

Eventuali riferimenti ritenuti lesivi della dignità personale e professionale dei soggetti citati nel racconto, comporteranno l’immediata cancellazione degli scritti.

COME FARE PER INVIARE AD EPATEAM.ORG LE VOSTRE STORIE?

Nella parte superiore dell’homepage è pubblicata un’icona a bottone “Le Storie di Epateam”: cliccatela e da lì sarà possibile accedere al form di compilazione utile all’invio dei vostri racconti.

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Inauguriamo la nuova sezione di Epateam.org con la storia di Giuseppe Girasole, 38 anni, pugliese.

 

GIUSEPPE, TORNO A BALLARE DOPO IL TRAPIANTO DI FEGATO

“A chi è in attesa dell’intervento dico di non mollare mai. Di essere coraggiosi fisicamente e psicologicamente. Di non chiudersi in se stessi. Di non demoralizzarsi”. 

Giuseppe Girasole, 38 anni, pugliese di Andria, è finito sotto i riflettori della cronaca grazie al video in cui viene ripreso mentre balla, davanti al letto d’ospedale, a soli 7 giorni dal trapianto di fegato.

“Quel filmato – dice – ha fatto ormai il giro del mondo. L’hanno visto in tanti. È il mio messaggio di speranza e buon auspicio. Tornerò presto a fare l’animatore. La mia passione è il ballo caraibico. Guardate le foto che accompagnano il racconto”.

LA MALATTIA SCOPERTA A 22 ANNI

È il 2002 quando Giuseppe, all’epoca 22enne, scopre la malattia che segnerà la sua vita per 17 anni. La diagnosi arriva dalle analisi fatte prima d’iniziare il lavoro in un cantiere edile: Colangite Sclerosante Primitiva. Una patologia rara. Una patologia ‘silenziosa’ a carico del fegato e che molto spesso non dà sintomi.

“Non mi accorsi di niente. Il medico al contrario si stupì della mia capacità a rimanere in piedi. Mi ordinò il ricovero, immediato, all’ospedale di Canosa. Disse che se avessi aspettato ancora una settimana sarei finito in coma. A Canosa sono rimasto 15 giorni, ma la malattia progrediva troppo velocemente e da lì sono partito alla volta del Policlinico Sant’Orsola a Bologna. La terapia è riuscita a garantirmi un discreto stato di salute fino al mese di luglio dell’anno scorso. Devo dire la verità: la fortuna mi ha aiutato. In più di un’occasione mi sono sentito miracolato”. 

L’ALLARME DATO DALLE PUPILLE INGIALLITE

“La situazione è precipitata il giorno in cui l’ottico, stavo sistemando un paio d’occhiali da vista, si accorge delle pupille colorate di giallo. Non avvertivo disagi particolari, però la bilirubina, durante il controllo del sangue, era schizzata a 1280 rispetto ad un parametro, considerato accettabile, di 13. Avrei dovuto ricoverarmi nuovamente a Bologna il 17 settembre 2018. I valori della bilirubina accelerarono invece l’ospedalizzazione al Sant’Orsola. Sono entrato in reparto il 4 agosto, in piena estate, per uscirne il 9 settembre. Giusto il tempo di una settimana ‘di riposo’ a casa, ad Andria, perché il telefono squillasse avvisandomi dell’organo disponibile al trapianto. Siamo ripartiti in aereo, in piena notte, col cuore in gola. Finalmente potevo avere un fegato nuovo. L’entusiasmo si è però frantumato alla notizia dell’ultimo istante: quel fegato reso disponibile da una donatrice, una ragazza, aveva rivelato una macchia tumorale e non poteva essere più trapiantato con la necessaria sicurezza”.

ALTRI 8 MESI IN LISTA D’ATTESA. POI LA NOTIZIA DEL TRAPIANTO

“A Bologna si occupano di me con grande disponibilità e gentilezza. Vengo sottoposto al cambio dei drenaggi e rientro in lista d’attesa (in lista ci rimango altri 8 mesi). Mi ricoverano ancora al Sant’Orsola il 19 marzo di quest’anno. I drenaggi si erano infettati. Non riuscivo a mangiare e dormire. Una fatica immane a fare ogni cosa. Serviva rapidamente un nuovo fegato. E mentre i medici discutono del mio caso, il professor Matteo Cescon, direttore dell’Unità Operativa dei trapianti, comunica che è disponibile un nuovo organo da un donatore morto per infarto. È la mia salvezza. In sala operatoria entro nel pomeriggio di giovedì 28 marzo per uscirne ale 4.20 del giorno successivo. A 7 giorni dall’intervento mi sentivo bene. Ho iniziato a ballare davanti al letto d’ospedale. Quel video ha fatto quasi il giro del mondo ed io sono qui per poter raccontare la mia storia”.

UN CASO DIFFICILE

“È stato un trapianto di fegato da donatore a cuore fermo, un caso più difficile degli altri. Oggi disponiamo di tecniche – spiega il dottor Matteo Ravaioli, capo dell’équipe chirurgica – che permettono di ottenere ottimi risultati. È bello vedere un uomo come Giuseppe tornare alla vita di prima. Al Sant’Orsola si possono effettuati questi interventi grazie ad un’ottima organizzazione che coinvolge tutti: Centro trapianti, medici, infermieri, specializzandi. C’è un reparto intero dietro simili operazioni”.