Sono una trapiantata di fegato e oggi sono qui per raccontare un pezzetto della mia storia.

Quando si parla di donazione e trapianto di organi si pensa sempre che è un problema che tocca gli altri, invece è successo anche a me, 18 anni fa, quando sono stata colpita da epatite fulminante. Raccontare la mia storia è come raccontare un film. Un film dove la sanità ha funzionato alla grande e dove un grande gesto d’amore ha permesso a me e a chi sa quante altre persone di continuare a vivere e di godere di quelle piccole ma grandi cose che la vita ci regala.

HO VISTO LA MIA VITA STRAVOLGERSI NEL GIRO DI POCHE ORE

Io ho visto la mia vita stravolgersi nel giro di poche ore.

Al rientro dal lavoro, stavo male, e quello che sembrava un banale problema gastrointestinale si è rilevato drammatico tanto che è stato necessario un ricovero al reparto infettivi.

L’ultima cosa che ricordo è che chiesi se sarei morta, poi persi conoscenza.

La diagnosi non lasciò speranze: epatite fulminante. 

A un’infezione virale così violenta segue nella maggior parte dei casi la morte, salvo ricorrere a un trapianto immediato di fegato.

Subito dopo la rianimazione, ero già in coma epatico. La mattina successiva è avvenuto il trasferimento a un centro trapianti e, nel pomeriggio, la notizia di un fegato.

Tuttora io ringrazio quella commissione medica che ha detto si al mio trapianto anche se le mie condizioni cliniche erano disastrose.

Al risveglio, dopo quasi 5 giorni, una splendida dottoressa mi dice: “Un piccolo incidente, ti abbiamo trapiantato il fegato”.

Che botta! Io, che ero iscritta all’AIDO dal 1980, ho beneficiato di questo dono.

QUALI SORPRESE TI RISERVA LA VITA!

Quali sorprese ti riserva la vita! Ti senti tradita dal tuo corpo, ma profondamente grata per la vita stessa. E poi entri in crisi: “Cos’ho fatto per meritarmi di essere ancora viva, io che sarei dovuta morire da lì a poche ore?”. Forse sono proprio queste angosce a segnare nel profondo chi subisce un trapianto d’urgenza, nel bene e nel male. Tutto ciò mi cambiò poco alla volta: a 39 anni iniziai una vita nuova, a scorgere il bello di ogni respiro e apprezzare ciò che per chiunque altro è scontato. Naturalmente il dopo non è stato facile, queste cose pensi che succedano agli altri e non a te, ma in quei momenti peggiori mi aggrappavo alle piccole cose di quel piccolo mondo pieno di umanità che era la camera di ospedale.

Si forma una piccola comunità che dà un senso collettivo alla vita individuale e alimenta la speranza.

Tutto ciò rappresenta una grande lezione di vita che non deve e non può essere dimenticata.

Una volta però usciti dal tunnel, purtroppo spesso, si rischia di dimenticare in fretta o di ripiegare su un modello di vita egoistico perché ci si sente danneggiati in maniera ingiusta dalla vita.

Io credo, che la ritrovata umanità della corsia e dell’ospedale deve far riflettere su un piano più nobile che è quello della solidarietà sociale, intesa come valore fondante di qualsiasi società civile.

UN VIAGGIO NELL’ALDILÀ E RITORNO

L’impegno di quanti hanno fatto come me un viaggio “all’aldilà e ritorno” non sta nel recriminare “perché proprio a me” piuttosto nell’operare affinché altri possono raccontare la loro storia di gioia.

Il desiderio è che si possa imparare a donare.

Superare il proprio dolore e donare una nuova speranza di vita. Quindi siamo noi stessi a decidere di donare i nostri organi, non demandiamo ad altri questo compito così difficile.

Grazie di cuore a tutti coloro che hanno acconsentito alla donazione degli organi di un loro familiare: io del mio donatore non so assolutamente nulla, ma quello che ho ricevuto è un dono d’amore, un inno alla vita nel momento in cui la vita se ne sta andando, uno sprone a vivere e non a sopravvivere.

È vero il trapianto mi ha lasciato una ferita esteriore, ma nell’anima un’immensa gioia di vivere.

 

C.R.