La foto più suggestiva ritrae Alan in cima al Cevedale. Accanto alla croce in legno che dà la chiara percezione dell’immensità delle montagne a quota 3.769. Un traguardo quasi impossibile per molti. Non più precluso a chi, come lui, è riuscito a sconfiggere la malattia scoperta a pochi mesi dalla nascita.

 

Alan Cattin Cosso – Lavaredo

 

LA DIAGNOSI: DEFICIT DI ALFA 1 ANTITRIPSINA

“Avevo problemi al fegato – scrive sul suo blog -. Ero giallo, gonfio, non sentivo appetito. Trasferito all’Ospedale di Padova nel reparto Gastroenterologia dopo vari studi mi diagnosticano il deficit di Alfa 1 antitripsina, disordine genetico che per una combinazione del 50% vado ad incontrare già dalla tenera età”.

“Da quel momento inizia il mio peregrinare tra visite, medici, ospedali. Devo convivere con la condizione di malato. Vado avanti lo stesso: frequento asilo, elementari, medie e superiori ma non posso dedicarmi a sport ed attività utili a socializzare e poter confrontarmi con i compagni”. 

Alan è trentino. Nel suo DNA c’è l’imprinting delle genti caparbie. Determinate. Non senza sforzi ed i timori tipici della prima adoloscenza riesce comunque a conquistare il traguardo dei 14 anni. 

LA PIPÌ ROSSA

“Un bel giorno – lo definisce così – succede il patatrac: la pipì è rossa. È panico. Non riesco a parlarne con nessuno; nemmeno con gli adulti. Dentro di me sono convinto del fatto che da lì a poco il tutto si sarebbe risolto”.

La realtà è, purtroppo, ben diversa. Beccato in flagrante e trasportato in Pronto soccorso, deve fare i conti con una Glomerulonefrite membrano-proliferativa. I reni soffrono e occorre sottoporsi ad un trattamento di emodialisi parecchio tosto (3 sedute a settimana).

Non è finita. Appena il tempo di chiedersi quando potrà tornare a casa che alla sua storia clinica si aggiunge l’encefalopatia: troppe sostanze tossiche si sono accumulate nel sangue e il fegato non riesce a ‘spazzarle’ via come dovrebbe. Trascorrono dodici lunghe, interminabili ore di lotta “contro la morte”: per fortuna Alan riapre gli occhi e attorno a sè ritrova i propri cari.

L’ENCEFALOPATIA È IL PUNTO DI NON RITORNO

Fegato e rene non ce la fanno più. Devono essere ‘sostituiti’  da organi nuovi. Occorre il trapianto.

”È il 23 maggio del 2000: ho 15 anni quando entro in sala operatoria all’Ospedale di Padova. L’intervento dura dalle 6 del mattno alle 10 e mezza di sera. Più di 16 ore per entrambi gli organi”.

“I primi anni dopo il trapianto si rivelano un po’ difficili. È il tempo della gioventù. Ho dovuto fare i conti con un percorso che se da un lato prevedeva la salita. dall’altra faceva per fortuna intravvedere la discesa. La salita consisteva nel ricostruire un’esistenza anche e soprattutto sotto il profilo psicologico. Ero in preda ad un’ansia quotidiana. La discesa si configurava invece come il poter riassaporare il gusto per tante cose prima ‘vietate’: ad esempio una semplice insalata condita dall’aceto”.

MAI PERDERE DI VISTA IL FOCUS DELL’INTERVENTO!

“A chi ha paura dell’intervento dico: bisogna prima di tutto capire di quale paura si tratta: se è la paura di affrontare un’operazione, beh quella ce l’hanno tutti. Pure chi fa un’appendicite. Però non dobbiamo mai distogliere lo sguardo dal vero focus che porta con sé l’intervento: si va a conquistare una nuova vita! I donatori? Non ho mai provato il desiderio di conoscerli. Mai. A quell’epoca c’era anche una strategia differente. I medici si mostravano molto severi in proposito ed io ho ereditato da loro questo atteggiamento”.

LA PASSIONE PER LO SPORT E L’ALPINISMO

“Mi si chiede spesso come sia sbocciata la passione per l’alpinismo. Io nasco ‘nullafacente’. Le tante restrizioni non giocavano a mio favore. La montagna ho iniziato ad amarla più tardi. Grazie ad alcuni amici che mi hanno proposto di fare un giro attorno a Trento. La prima esperienza ha dato il via a tutto. A ciò si è via via aggiunta la ‘fame’ del volersi riappropriare delle opportunità che non potevo avere prima. In più si è fatto sempre molto presente l’aspetto competitivo. Gareggio nelle mezze maratone su strada proprio per andare meglio in montagna e migliorare ogni giorno le mie prestazioni. Ora riesco bene in molte discipline dell’alpinismo: sci, corsa, ferrate. Cosa mi sento di consigliare? Ad un trapiantato consiglierei di praticare sport in genere. L’alpinismo lo consiglierei a tanti. Lo scriva: aiuta sia dal punto di vista psico-fisico sia della crescita individuale. E non è affato poco”.

La chiusura di questa storia – segnalataci dalla professoressa Patrizia Burra, Responsabile UOSD Trapianto Multiviscerale, Azienda Ospedaliera – Università di Padova – vogliamo farla utilizzando le ultime righe della pagina principale del blog tenuto da Alan Cattin Cosso, oggi 35enne.

“Da qui in poi potrei scrivere un’altra biografia, quella che descrive la vita da trapiantato di organi, ma preferisco non farlo. Sul web voglio raccontare le esperienze sportive con immagini e testi che testimoniano che una vita dopo il trapianto è possibile. Per te stesso e per chi col suo sacrificio ti ha donato una seconda chance”.