di Emiliano Magistri

Non esistono motivi di mancata sicurezza per cui dover interrompere i programmi di trapianti di fegato durante la pandemia. Lo stabilisce lo studio, made in Lombardia, “The impact of the COVID-19 outbreak on Liver Transplantation programmes in Northern Italy” pubblicato sulla prestigiosa rivista “American Journal of Transplantation”. La ricerca ha visto coinvolti Policlinico di Milano, Ospedale Niguarda, Istituto Nazionale Tumori, Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il Centro di coordinamento del North Italy Transplant program ed il Dipartimento di Fisiopatologia e Trapianto dell’Università di Milano.
La pubblicazione è servita per chiarire come, a fronte di difficoltà e timori emersi in particolare nella fase iniziale della pandemia, si sia riusciti a circoscrivere i rischi per i trapiantati senza quindi interrompere del tutto i programmi di trapianto e, di conseguenza, fornendo un motivo di fiducia e speranza per medici e pazienti in attesa di intervento.
Ne abbiamo parlato con il primo Autore della ricerca, il dottor Umberto Maggi dell’Unità di Chirurgia generale e Trapianto di fegato del Policlinico di Milano.

Il dottor Umberto Maggi

Dottore, la pandemia ha rivoluzionato le regolari attività ospedaliere e interi reparti, con conseguenti rallentamenti nei trapianti: qual è la situazione attuale?
“La Lombardia è stata la regione più colpita in Italia, con strutture che hanno dovuto ampliare il numero di letti nelle terapie intensive per accogliere i pazienti contagiati. Abbiamo assistito a una drastica riduzione dei donatori di fegato, e tuttavia tra il 23 febbraio e il 10 aprile, sono stati 17 i trapianti di questo tipo eseguiti nella nostra regione, con un’età media dei donatori di 49 anni e di 55 per i riceventi”.

Eppure quella del trapianto di fegato, nel nostro Paese, è una procedura consolidata per le malattie epatiche allo stadio terminale
“Dati ufficiali relativi a dicembre 2019 ci danno 1031 pazienti in lista d’attesa. Sul territorio della Lombardia sono quattro i programmi attivi per i trapianti di fegato che, oltre al Policlinico, vengono effettuati anche al Niguarda, all’INT e agli Ospedali Riuniti di Bergamo. In fase di diffusione della pandemia, diverse circostanze hanno portato a chiederci quale fosse il comportamento più sicuro per pazienti e personale ospedaliero nei confronti dei trapianti. Nonostante il desiderio di non fermarsi, in maniera pragmatica, una riduzione dell’attività trapiantologica è stata inevitabile anche se la situazione ora va migliorando”.

Com’è stato condotto il vostro studio e in che modo, seppur partendo dal Nord Italia, lancia un messaggio positivo a medici e pazienti?
“Inizialmente abbiamo documentato i dati sui trapianti effettuati in Lombardia prima e durante la pandemia, in particolare in riferimento ai riceventi, ad esempio considerando età, dati di laboratorio, giorni di terapia intensiva, terapie di immunosoppressione, sopravvivenza ecc. In questo modo si voleva dimostrare l’impatto o meno che il virus avrebbe generato sull’attività trapiantologica, con eventuali effetti sulla sicurezza dei pazienti trapiantati. L’altro obiettivo era ricercare quali misure sarebbe stato possibile suggerire per prevenire le infezioni nei pazienti trapiantati. Solo a metà marzo i protocolli nazionali avevano suggerito gli screening per il virus tramite tampone naso-faringeo sui riceventi, anche se molte unità di trapianto li stavano già effettuando in modo da contenere un’eventuale proliferazione virale incontrollata”.

Quali sono stati, in riferimento al vostro studio, gli strumenti più efficaci per individuare i potenziali rischi?
“I test eseguiti su campioni BAL (lavaggio broncoalveolare, ndr) nei donatori sono probabilmente più sensibili e consentono di individuare la malattia ed escludere quindi i soggetti a rischio. Stessa cosa non possiamo dire per i tamponi naso-faringei previsti per i riceventi: pensiamo che un singolo test negativo sia inaffidabile e che quindi sia necessario anche sui riceventi effettuare oltre il tampone anche il BAL. Può essere un test diagnostico importante da effettuarsi quando il paziente è intubato, da eseguirsi alla fine del trapianto o immediatamente prima, così da riconoscere precocemente con certezza un’infezione ed evitare che il paziente stesso possa diventare un potenziale super diffusore del virus. Nel nostro studio suggeriamo poi, in corso di pandemia, diverse misure: per esempio effettuare il trapianto solo nei pazienti gravi; impiegare una TAC Torace nei donatori e nei riceventi prima del trapianto, al posto di un Rx Torace; evitare dopo il trapianto spostamenti non necessari in Radiologia o in Endoscopia; il possibile uso della ecografia nello studio del polmone; controlli routinari per il virus sugli operatori sanitari”.

Nello studio si fa riferimento a un paziente risultato positivo nove giorni dopo il trapianto: come vi siete comportati?
“Due pazienti, nonostante fossero apparentemente negativi al trapianto, risultarono positivi al virus dopo il trapianto: in uno l’esito è stato infausto, il secondo sta bene. Era stato sottoposto solo a un tampone prima del trapianto ed era risultato negativo: non abbiamo capito, quindi, se l’infezione fosse precedente al trapianto o contratta successivamente durante il ricovero. Noi consigliamo il BAL perioperatorio in tutti i riceventi quando già siano intubati, così da ottenere informazioni basali affidabili e offrire un aiuto concreto agli operatori sanitari per la loro sicurezza, nella prevenzione della malattia e nella gestione del paziente”.

Recenti studi, tra cui uno dell’INT di Milano, avrebbero dimostrato che i farmaci anti rigetto non favoriscono il contagio del Covid: qual è la sua esperienza in merito?
“Le nostre conoscenze sono ancora molto scarse e non è possibile avere dati certi: alcuni ritengono che il COVID-19 sia una sorta di tempesta immunologica. Autorevoli colleghi hanno osservato che il rischio di contrarre il COVID-19 sembra più alto in pazienti trapiantati da molto tempo e quindi con immunosoppressione bassa rispetto a trapiantati recenti con alti livelli di immunosoppressione. Nel nostro studio, abbiamo comunque proposto di impiegare durante il trapianto un farmaco quale il basiliximab che ha un ulteriore effetto immunosoppressivo per qualche mese. Si tratta di un anticorpo monoclonale di tipo chimerico che si lega alla catena α del recettore dell’IL-2 delle cellule T, e che è già usato saltuariamente”.