Studiare strategie e prospettive sulla sperimentazione con il plasma iperimmune per combattere il Covid-19. Ma soprattutto, la possibilità di creare scorte su cui poter fare affidamento nell’eventualità di un possibile riacutizzarsi della pandemia nel prossimo autunno. Sono i temi su cui cinque illustri rappresentanti del mondo scientifico e trasfusionale si sono confrontati mercoledì 20 maggio nel corso del convegno in livestreaming “Arsenali al plasma – Così il Coronavirus può essere combattuto oggi (e soprattutto domani)” sul sito DonatoriH24.it (cliccando su questo link è possibile guardare l’incontro).

L’appuntamento, che ha fatto seguito a quello del 16 aprile scorso, è stato moderato dal direttore Luigi Carletti e ha visto intervenire Gianpietro Briola, presidente di AVIS Nazionale; Rosa Chianese, responsabile del Centro regionale sangue Lombardia; Pasquale Colamartino, responsabile del Centro regionale sangue Abruzzo; Alessandro Gringeri, responsabile della ricerca di Kedrion Biopharma, l’azienda italiana che con alcuni partner, tra cui la Columbia University di New York, sta lavorando sulla terapia del plasma. Ma soprattutto il professor Francesco Menichetti, responsabile del dipartimento di Malattie infettive dell’azienda ospedaliera universitaria di Pisa, a cui le autorità sanitarie italiane hanno affidato il ruolo di leader di “Tsunami”, la sperimentazione della cura con il plasma iperimmune a livello italiano.

Dai numeri che verranno fuori dal progetto che vede Pisa come capofila, sono partite le riflessioni del professor Menichetti: “Quello che succederà da qui in avanti sarà l’effetto dei nostri comportamenti: un’ipotetica nuova ondata starà a significare che non abbiamo fatto quanto avremmo dovuto”. Un quesito importante è quello relativo alla reale efficacia di questa terapia, una definizione su cui Menichetti è rimasto molto cauto: “Considerare questa sperimentazione come la più valida mi sembra inopportuno perché le evidenze scientifiche che possono dimostrarlo sono ancora scarse. Le tante chiacchiere fatte in questo periodo hanno fatto passare la narrazione al primo posto, trasformando il plasma iperimmune nel Santo Graal contro il Covid-19: dobbiamo, come medici e ricercatori, attivarci perché non è possibile pensare di poter continuare a trattare i pazienti con farmaci sperimentali”.

Come stimato dal professore, il programma che coinvolgerà 472 pazienti durerà sei mesi: “Poi occorrerà seguire l’andamento della pandemia, perché potrebbe verificarsi una possibile scarsità di selezione. Personalmente me lo auguro perché vorrebbe dire che il nostro nemico è scomparso. Se poi nel frattempo dovessero arrivare evidenze scientifiche da altri Paesi, siamo pronti a rimuovere il nostro gruppo di controllo”.

Finora i dati emersi da Pavia e Mantova sono incoraggianti. A ribadirlo ci ha pensato anche il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, che ha però sottolineato come il vero obiettivo ora sarà “capire l’esito della sperimentazione e individuare quali saranno gli anticorpi specifici da cui ripartire per il vaccino”. Importante sarà il ruolo dei donatori: “Se in Italia ci sono oltre 130mila guariti, non significa che tutti siano potenziali donatori perché non tutti possono aver sviluppato la quantità necessaria di anticorpi utile per debellare il virus – ha spiegato -. Le scorte di plasma saranno fondamentale, ma tutto dipenderà dai singoli centri trasfusionali e dagli accordi tra le Regioni. Manca ancora una direttiva unica da parte del Centro nazionale sangue sulle procedure da adottare per il reclutamento dei potenziali donatori, visto che ad oggi occorre effettuare il test anticorpale che, se positivo, deve essere seguito da due tamponi: un tempo troppo lungo che rischia di farci perdere molti donatori per strada”.

“In merito alla raccolta di plasma per le cosiddette banche, noi vorremmo partire il prima possibile – ha dichiarato la dottoressa Rosa Chianese, direttrice del Crs Lombardia -, ma è necessaria la collaborazione di tutti per una visione a lungo termine che coinvolga i donatori e ci predisponga a un ampio accesso alle cure”. Sulla stessa lunghezza d’onda il direttore del Crs Abruzzo, Pasquale Colamartino: “Da parte delle Regioni c’è grande interesse a coordinarsi tra loro e la dimostrazione l’abbiamo avuta con la sostanziale somiglianza tra i vari protocolli avviati: tuttavia, in particolare di fronte a un eventuale cambiamento dell’applicazione con il plasma, il coordinamento con l’istituzione centrale sarà necessario. Soprattutto per quel che riguarda gli screening: poter contare su un test che valuti, su scala nazionale, il titolo anticorpale, significherebbe avere un volano per il reclutamento, la gestione delle banche del plasma e la produzione industriale”.

Ma a che punto è l’Italia in questo campo? Come ha spiegato il professor Alessandro Gringeri, responsabile della ricerca di Kedrion Biopharma, “il nostro Paese è ricco di eccellenze scientifiche e industriali per la gestione del plasma. A livello internazionale anche c’è una grandissima ricerca su quali potrebbero essere le terapie migliori: nel mondo sono in corso oltre 100 sperimentazione con il plasma iperimmune”. E una volta pronto, che forma avrà il farmaco? “Non avrà una forma, non sarà una pasticca, ma sarà un preparato iniettabile con una siringa per via endovenosa o sottocutanea”.