Formazione e tecniche di comunicazione per diffondere sempre più la conoscenza del trapianto di fegato. Senza dimenticare le nuove metodologie di intervento e il coinvolgimento dei pazienti positivi a epatite B e C. Si è chiusa con il secondo appuntamento di martedì 27 ottobre la due giorni degli EPAday intitolati “Il trapianto di fegato oggi, nell’interazione tra centro trapianti e territorio”, dedicati a 500 utenti, dai chirurghi agli infermieri, passando per anestesisti, gastroenterologi e pediatri.

Dopo il webinar dello scorso giovedì 22, che aveva visto gli esperti confrontarsi sulle tecniche di preservazione dell’organo, la gestione delle complicanze post trapianto e il follow up del paziente, al centro del secondo incontro c’è stato il tema delle terapie pre e post trapianto nei pazienti HCV con e senza epatocarcinoma, il loro utilizzo nei trapianti e, grazie all’intervento del professor Umberto Cillo, direttore dell’UOC Chirurgia Epatobiliare e Centro Trapianti di Fegato dell’AOU di Padova e Presidente Sito (Società italiana trapianti d’organo), l’importanza delle macchine per la perfusione nei trapianti di fegato.

Il professor Umberto Cillo

Un tema però quest’ultimo sul quale, come ha sottolineato lo stesso Cillo, ancora “incidono i costi dei macchinari. Se infatti per il set di perfusione ci si aggira intorno ai 9mila euro, per la macchina ne occorrono circa 36mila euro. Ecco quindi che per ammortizzare la spesa è necessario valutare l’utilizzo che se ne farà: può sembrare strano, ma questo rapporto dipende dal mercato. Più saranno i centri che svilupperanno questa tecnica, più ci sarà possibilità di un calo del prezzo che, ad oggi, rimane significativo”. Un altro tema su cui Cillo si è soffermato nel corso del suo intervento ha riguardato la direzione che la trapiantologia sta prendendo verso l’utilizzo di soluzioni sintetiche a dispetto del sangue umano: “Nelle fasi della normotermia utilizziamo il sangue di banca (dalle tre alle cinque sacche, ndr), ma al momento la situazione legata al Covid non aiuta in quanto non si conoscono le disponibilità che si potranno avere da qui in avanti. Ecco perché diversi studi pubblicati hanno visto il coinvolgimento di sostituti del sangue per quello che rappresenta il futuro della perfusione“.

Sul tema delle profilassi post-trapianto per prevenire la ricorrenza di epatite B nei pazienti con e senza epatocarcinoma, il Prof. Francesco Paolo Russo, SSD Trapianto Multiviscerale/UOC Gastroenterologia del Dipartimento di Scienze Chirurgiche Oncologiche e Gastroenterologiche dell’AOU di Padova, ha ricordato come il virus sia “una delle principali cause di richiesta del trapianto di fegato“, e che “le immunoglobuline danno, sul lungo periodo, una percentuale di ricorrenza minore dell’HBV e dell’HCC. In più, nell’associazione con i farmaci antivirali, incrociano il tema della safety renale, riducendo i problemi anche in questo ambito e garantendo effetti positivi”.

Gli antivirali hanno permesso anche di trattare i pazienti con malattia epatica avanzata e diverse comorbidità e, come ha spiegato la dott.ssa Martina Gambato, “l’eradicazione del virus dell’epatite C ha portato a un miglioramento della funzionalità epatica”. Trattare prima il tumore e poi il virus è stato l’iter che la dottoressa ha illustrato anche in riferimento al timing: “Per i pazienti cirrotici senza tumore viene utilizzato il Meld (l’acronimo, in lingua inglese, di Model for End-Stage Liver Disease, un sistema di punteggio utilizzato per valutare la gravità delle epatopatie croniche, ndr), altrimenti si rimanda la decisione al centro trapianti in base al tempo di attesa. La terapia antivirale nei riceventi positivi ha un’efficacia altissima, così come la sicurezza di sofosbuvir/velpatasvir (un farmaco combinato a dose fissa per il trattamento dell’epatite C negli adulti, ndr)”. In era Covid le tempistiche possono cambiare? “C’è questo rischio – conclude – perché andrà valutato caso per caso se trattare il singolo paziente prima del trapianto o meno. Per quelli con epatocarcinoma si è già dimostrato non essere necessario, per gli altri potrebbe essere utile adottare questo tipo di terapie”.

L’utilizzo dei donatori positivi all’epatite C è il tema che, già alla vigilia della due giorni, ci aveva anticipato la professoressa Patrizia Burra, coordinatrice scientifica dell’evento e direttrice dell’UOSD “Trapianto Multiviscerale” dell’Azienda Ospedaliera di Padova, e che ha poi ripreso nel corso del suo intervento nel webinar di martedì 27: “Negli ultimi cinque anni, grazie ai nuovi farmaci, abbiamo visto una massiccia riduzione delle liste di attesa, nonostante siamo ancora alle prese con casi di epatocarcinoma da epatite C. Purtroppo il virus è ancora all’origine di complicanze come la cirrosi che, spesso, portano al tumore: molte cure hanno permesso a diversi soggetti di diventare negativi al virus, pur non esentandoli dal rischio del cancro. I primi a cercare di utilizzare i donatori positivi furono gli Stati Uniti quando, a causa di una serie di decessi per overdose da eroina tagliata con altri composti tossici, si trovarono a registrare un aumento vertiginoso di questo tipo di donatori. Si capì che era necessario fare il possibile per non perdere quegli organi”.

Dal 2014 al 2018 sono stati quasi 2mila i casi di riceventi positivi all’HCV con sopravvivenza stabile sia del paziente che dell’organo trapiantato. Un qualcosa che invece non si riscontra nella chirurgia toracica, dove in particolare per i trapianti di cuore il rischio di rigetto è più alto.