Il diabete di tipo 2 rappresenta un fattore di rischio per la progressione della malattia epatica metabolica a fibrosi avanzata. Lo dice uno studio condotto dal dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca che è stato pubblicato su Diabetes Care.

La ricerca ha coinvolto in maniera trasversale adulti statunitensi con diabete mellito di tipo 2, valutato dall’elastografia transitoria, che hanno partecipato al ciclo della National Health and Nutrition Examination Survey: la steatosi epatica e la fibrosi sono state diagnosticate dal valore mediano del CAP (il parametro di attenuazione controllata) e dalla LSM (la misurazione della rigidità epatica).

Tra gli 825 pazienti con risultati affidabili all’elastografia, 484 (53,7%) sono stati valutati utilizzando la sonda M e 341 (46,3%) utilizzando la sonda XL. La steatosi epatica, la fibrosi avanzata e la cirrosi erano presenti rispettivamente nel 73,8%, nel 15,4% e nel 7,7% dei pazienti. L’età media dei pazienti con fibrosi e cirrosi avanzata era rispettivamente di 63,7 anni e 57,8 anni. In base ai risultati è emerso che la prevalenza sia della steatosi epatica che della fibrosi è elevata nei pazienti con diabete di tipo 2 provenienti dagli Stati Uniti e l’obesità è un importante fattore di rischio.

La ricerca ribadisce quindi la necessità di sottoporre a uno screening del danno epatico i pazienti affetti da diabete di tipo 2, un processo che ad oggi ancora non avviene in maniera routinaria a differenza ad esempio degli screening per le patologie cardiovascolari e renali. I motivi vanno individuati sia nell’associazione “benigna” che in genere viene fatta tra diabete e fegato grasso, sia nella necessità di una biopsia epatica, un procedimento invasivo e soggetto a possibili complicanze.