Cala il numero di pazienti “avviati” al trattamento per eliminare il virus dell’epatite C. È quanto è emerso dalla serie di webinar realizzati per il progetto Moon, un calendario di appuntamenti per mettere a confronto infettivologi, ematologi e internisti per fare rete e trovare strategie efficaci per la definitiva eradicazione del virus.

Secondo l’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco), al 21 settembre sono 213.052 i pazienti affetti da epatite C che hanno iniziato il trattamento. Un numero che se da un lato può risultare importante, dall’altro cozza con i 193.815 relativi allo scorso ottobre: poco meno di 20mila nuovi soggetti, un dato che spiega quanto i mesi della pandemia abbiano influito in quel processo che, come fissato dall’Oms, punta alla definitiva eradicazione del virus entro il 2030. Un obiettivo che può essere centrato grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta, ma prima ancora attraverso gli screening necessari a individuare il cosiddetto “sommerso” di coloro che non sanno di aver contratto l’epatite C e che, si stima, si aggirino tra i 200mila e i 300mila soggetti.

Cirrosi e tumore epatico sono tra le complicanze fatali che possono essere provocate dall’infezione dell’HCV: in Italia circa 200mila sono affetti proprio da cirrosi che, nel 50% dei casi, è effetto dell’epatite. Circa 20mila ogni anno è il numero dei decessi, di cui la metà è effetto dello sviluppo di un carcinoma epatocellulare che si sovrappone alla cirrosi. La risorsa salvavita per questa tipologia di pazienti è il trapianto di fegato, che tuttavia è applicabile, per età o disponibilità di organi, per una persona ogni 20 che muoiono a causa della cirrosi. Lo screening per l’HCV è stato finanziato con 71,5 milioni, ma il Covid-19 ha rallentato l’avvio del programma: ritardare la cura di un anno rischia di pesare, da qui a cinque anni, con circa 7mila morti in più per cirrosi solo nel nostro Paese.

Tuttavia, proprio per favorire l’individuazione del “sommerso”, un’opportunità potrebbe essere rappresentata proprio dalla possibilità di effettuare un test congiunto per analizzare la presenza di anticorpi contro il Covid-19 e quelli contro il virus dell’epatite C.