Diagnosi precoci, percorsi di cura, assistenza. Sono solo alcuni dei servizi su cui si sono abbattuti gli effetti del Covid non solo in Italia, ma anche in altri Paesi del mondo, e che hanno compromesso la qualità delle terapie e del follow up dei pazienti affetti da tumore del fegato.

A confermarlo è stato uno studio chiamato “CERO-19”, promosso dal Barcelona Clinic Liver Cancer Hospital e dal Policlinico di Milano, e presentato in occasione del summit della Società europea per lo studio del fegato. La ricerca ha coinvolto 76 centri presenti dall’Europa all’Asia, passando per Nord e Sud America e Africa, altamente specializzati per quel che riguarda le patologie epatiche. Tra marzo e giugno del 2020, il periodo di maggiore incidenza della prima ondata della pandemia, è emerso che circa l’87% delle strutture ha dovuto rivoluzionare la gestione dei pazienti con tumore primitivo del fegato. Un effetto che la pandemia ha generato su tanti ospedali che, proprio per gestire le persone contagiate dal virus, hanno stravolto la propria organizzazione interna partendo proprio dai reparti di terapia intensiva. Rallentate o, in molti casi, addirittura stoppate le procedure di screening nonché quelle di diagnosi e valutazione della risposta al trattamento.

La prima parte dello studio è servita a capire l’effetto della pandemia sulla gestione dei pazienti con tumore primitivo del fegato, mentre la seconda ha analizzato come il diffondersi del virus abbia inciso sul tasso di sopravvivenza. Sono circa 80omila, a livello globale, le nuove diagnosi che vengono effettuate ogni anno, con circa 700mila decessi.

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