I pazienti immunodepressi, in cura per epatite autoimmune, sono più a rischio di contrarre una polmonite grave da Covid-19. Lo stabilisce uno studio condotto dall’università di Milano-Bicocca e pubblicato sulla rivista Hepatology Communications.

La ricerca, che ha avuto come obiettivo quello di descrivere l’andamento del virus in questa categoria di persone, si è basata su studi epidemiologici che hanno dimostrato un aumento di frequenza ed effetti delle infezioni virali su coloro che seguono terapie immunosoppressive. Come nel caso, appunto, di chi è in cura per l’epatite autoimmune. Sono stati 10 i soggetti coinvolti, principalmente residenti in Lombardia, la regione simbolo della pandemia: la maggior parte sono state donne tra i 27 e i 73 anni. Alcuni pazienti sono stati seguiti a domicilio, altri direttamente in ospedale.

Prima dell’inizio dell’infezione da Coronavirus, tutti i pazienti stavano assumendo una terapia immunosoppressiva per l’epatite autoimmune e otto di loro erano in remissione biochimica. Altri due pazienti hanno avuto un’insorgenza acuta della loro patologia e di conseguenza hanno iniziato gli steroidi ad alte dosi, secondo il protocollo di induzione. Tutti presentavano una sindrome respiratoria e un tampone nasale positivo: cinque pazienti hanno sviluppato una polmonite da Covid-19 confermata per tomografia computerizzata. Sei hanno ricevuto una combinazione di farmaci antiretrovirali e antimalarici. In sette pazienti il dosaggio dei farmaci immunosoppressori è stato modificato. Gli enzimi epatici sono poi stati ripetuti durante l’infezione in tutti i casi ospedalizzati, sono rimasti in un range normale e sono migliorati nei due casi acuti trattati con steroidi ad alto dosaggio. L’esito clinico era paragonabile ai casi riportati che si verificano in soggetti non immunosoppressi.

Lo studio ha quindi dimostrato, in conclusione, un decorso della malattia simile a quello riportato nella popolazione non immunosoppressa, ma i dati raccolti potrebbero essere utili nelle decisioni mediche in caso di infezione da coronavirus in pazienti immunocompromessi.

LEGGI la notizia sullo studio effettuato dall’INT di Milano