In Italia fra 10 anni saranno oltre 13 milioni i bambini ed i ragazzi obesi.

Più in dettaglio, si troverà in condizioni di obesità il 21% dei bambini con un’età compresa tra i 5 ed i 9 anni e il 12,9% di quelli nella fascia 10-19 (nel 2016, l’obesità infantile colpiva il 20,5% dei bambini).

E ciò seppur già oggi esistano politiche di limitazione della pubblicità degli alimenti poco sani, di riduzione dell’inattività fisica e di contenimento del consumo di cibi insalubri.

Il quadro, a dir poco preoccupante, viene tratteggiato dal primo rapporto dell’OMS (il Childhood Obesity Atlas) dedicato all’obesità infantile e che contiene – oltre a schede specifiche su ogni Paese – dati generali e raffronti.

Nel dossier si legge che solamente un Paese su dieci può avere speranze (circa il 50%) di conseguire l’obiettivo indicato dall’OMS relativo al non aumento dei numeri dei piccoli obesi entro il 2025, mentre per altri 156 Paesi (su 191) le probabilità di riuscirci sono inferiori al 10% e per altri ancora vicinissime allo zero.

In parole semplici, se la tendenza non verrà invertita rapidamente, in Cina si conteranno 62 milioni di bambini obesi, in India 27 milioni e mezzo e negli Stati Uniti 17 milioni.

Cattive notizie arrivano pure da Vietnam, Tanzania e Congo: anche i Paesi con un basso livello di obesità infantile finiranno per essere travolti dall’epidemia in assenza di seri provvedimenti mirati a tutelare la salute dei più piccoli: 2 milioni di obesi per Vietnam; 2,4 milioni per il Congo.

Dati che s’inseriscono in una previsione davvero infausta a livello planetario: mancando azioni incisive, nel 2030 i bambini ed i ragazzi obesi nel mondo assommeranno a 254 milioni (il 60% in più rispetto ai 150 milioni attuali).

Tim Lobstein, direttore della World Obesity Federation commenta: “Chi già da bambino ha un IMC superiore a 30 o addirittura 35 (un grande obeso, ndr) può aver bisogno d’interventi sanitari costosi e complessi quali la chirurgia bariatrica, ed è destinato a sviluppare patologie come il diabete di tipo 2 e rischia il cancro e numero malattie cardiometaboliche una volta diventato adulto”.

A chi dare le colpe? L’azione più efficace – dice ancora Lobstein – è quella sul junk food e, in particolare, sui cibi ultraprocessati e sulle bevande zuccherate (andrebbero regolamentati in modo diverso, ndr). L’offerta nel tempo è cresciuta a dismisura ed i prezzi sono scesi rendendo alimenti e bibite accessibili a chiunque, specie a chi ha meno capacità d’acquisto.

Altre ‘colpe’ vengono imputate ai mezzi pubblici – che avrebbero allontanato i ragazzi dalle camminate per raggiungere le scuole nonché scoraggiato l’utilizzo della bicicletta -; al computer e allo smartphone che tengono i ragazzini troppo seduti sul divano; alla diminuzione degli spazi verdi in cui poter praticare giochi ed attività all’aperto.

 

(Fonte: Il Fatto Alimentare)